Caccia sottile a Villa Pamphili col Maestro Faravelli

No Comments

Berberidacae – mahonia loramiifolia Takeda

Berberidacae – mahonia loramiifolia Takeda

Lo scorso 11 e 12 Maggio ho potuto partecipare al seminario di Stefano Faravelli condotto nella bellissima Villa Pamphili, ed il tempo è stato nostro alleato con un bel sole e temperature dolci.

Il seminario ha avuto un prologo il Venerdì sera con una presentazione del seminario e di Stefano in quanto pittore e docente nella accogliente Libreria Griot, nel cuore di Trastevere; alla Griot da Termini sono andato a piedi in un’oretta di piacevolissima passeggiata nel cuore di Roma.

All’arrivo alla Griot Stefano già presente mi accoglie, e dopo i saluti e l’incontro con altri ragazzi e ragazze presenti, tutti ci sediamo e ci ammutoliamo a vedere dei video di presentazione e ad ascoltare Stefano mentre esegue una presentazione sia del suo lavoro quale pittore e carnettista, sia un approfondimento davvero interessante del mondo del Carnet e del viaggiare.
Nella presentazione Stefano mostra alcune pagine dei suoi preziosi carnet, e si sofferma su una pagina sorprendente, che avevo credo già visto a Riomaggiore, ma che quella sera mi ha così impressionato: un limone.
O meglio 2 limoni: 1 dipinto alla perfezione, a tempera, ed a fianco un limone ad acquerello, luminoso come un sole. Scritte in arabo sugellano il limone destro a tempera – simbolo della quantità – studi e appunti fiancheggiano il limone ad acquerello – simbolo della qualità.
Altre tavole vengono mostrate, sia come icone del tema qualità – quantità, sia per altre discussioni di cui sono assetato ed affamato. Non poche volte con Clau – tornando o andando a Firenze in treno – mentre la ritraggo o mentre lavoro sui carnet (ho imparato a controllare il tremolio del treno, pur di portare avanti le pagine e i dipinti) discutiamo di pittura, di questo o l’altro pittore. Faravelli è indubbiamente uno dei più gettonati, insieme ad Azad, a Monet ed a Pallini, per i ritratti Xu Weixin, Renoir e Morisot. Le nozioni che Stefano esprime con padronanza, competenza e passione, specialmente quella dell’antitesi “qualità – quantità” – che non può non farmi pensare alla compresenza degli apparenti poosti Yin Yang, il Tao – s’incastonano perfettamente in quelle riflessioni fatte in treno, mentre si viaggia.
Nel tornare all’albergo dove dormo – proprio accanto a Termini – dopo un bel piatto di Amatriciana – scovo proprio dietro il mio albergo un minimarket gestito da indiani con tanto di frutta e verdura, e scielgo il più bel limone del bancone, per cercare di dipingerlo come meglio mi sarebbe stato possibile, in quantità e qualità.
Qusto momento, in cui né l’attività di dipingere né lo stare in gruppo ha distorto e distratto l’attenzione, è stato forse il momento più bello e per me significativo dell’incontro.

When Love Gives You Lemons: The Yusuf and Zulaikha Story

When Love Gives You Lemons: The Yusuf and Zulaikha Story

Citrus Limon

La prima descrizione del limone appare in epoca romana, in acluni dipinti pompeiani. Sembra che il primo agrume del mondo romano sia stato il Cedro, ben noto dai Romani come “Pomo di Persia”.
E’ documentato che i Romani conoscessero già nel I secolo pure il limone e l’arancio amaro.
Un’altra descrizione del limone, introdotto dall’India due secoli prima, appare in scritti arabi del XII secolo: le origini del nome potrebbero derivare dal Persiano Limu.
COme tutti gli agrumi, i Citrus hanno origine nell’Asia sud-orientale, a meridione dell’Himalaya: India, Pakistan, Birmania, fino alla Cina Meridionale, THailandia, Malesia Filippine ed Indonesia.
Di queste zone è l’India quella con più forme selvatiche.
La sua coltura è cominciata circa 3000 anni or sono, inizialmente per ricavare profumi e per scopi ornamentali, successivamente per produrre frutti commestibili.
Il primo chiaro documento che parli dell’albero di del limone è il trattato di agricoltura di Qustus al-Rumi del X secolo, dopo cui segue alla fine del XII secolo il trattato monografico sul limone di Ibn Jami’, c/o la corte di Saladino.

10/05/2013
Dipingo questo limone nella mia camera di Hotel a Roma, a 2 passi da Taermini, la sera.
Essendo troppo buio in camera, sulla piccola scrivania vicino al letto, allestisco uno studio di fortuna nel bagno per dipingere il mio limone.
Di ritorno dalla bella presentazione di Stefano della sua pittura e di quel che sarà, a Dio piacendo, il seminario e la caccia sottile di Villa Pamphili, dipingo questa meraviglia della Natura, comprata all’alimentari degli indiani di sera, verso le 21 e 30, per pochi centesimi.
Chiave che dischiude.

 

Il primo incontro a Villa Pamphili sarà nel pomeriggio, dunque nella mattina faccio un bellissimo giro a piedi fino all’orto botanico di Roma e m’imbatto nella Mahonia Takeda, le cui bacche sono usate in Cina per ottenere inchiostro.
Dopo aver raccolto da terra un rametto ai piedi dell’arbusto, trovo una panchina in disparte, fermo lo stelo con un elastico sulla pagina sinistra del CArnet, ed inizio a disegnare sulla destra il rametto di mahonia.
Schiaccio le bacche in alto per estrarne l’inchiostro, che aggiungo all’acquerello e con cui scrivo col pennino.
Viola! Nelle sue gradazioni e nelle sue sfumature, è il colore più bello che c’è.

Berberidacae - mahonia loramiifolia Takeda

Berberidacae – mahonia loramiifolia Takeda


二零十三年 五月十一日 [Anno 2013, mese V, giorno 11]
羞龙 [Xiulong]

Le foglie spinose ed irte della Mahonia mi ricordano le onde del marie, in serie, prime che chiudano a riva.
Lo stelo steccuto ha un che del Bambù, con quei nodi ad osso
Le caccie sottili hanno qualcosa che caccie meno sottili a volte rischiano di perdere.
Si crea una certa e discreta intimità con un soggetto.
Essere così piccolo, eppure pieno di vita e colmo del mistero della vita, tanto quanto un paesaggio, o me.

Berberidacae
mahonia loramiifolia Takeda
Burma, 中国

Splendidi i frutti della mahonia mi regalano non solo una pause di respiro nel dipingerli, ma pure un inchiostro incredibile con cui dipingere e scrivere.
Come sempre, –> 中国 Zhongguo – Cina.

 

11/05/2013, pomeriggio.

Con Stefano ci addentriamo a Villa Pamphili, approdiamo ad un bel prato, e sotto l’ombra protettiva degli alberi dipingiamo una splendida palma a poche decine di metri davanti a noi.
Realizzo due tavole e cerco di applicare tutti gli insegnamenti che Stefano dispensa direttamente a me, ed indirettamente agli altri compagni.

I studio di palma a Villa Pamphili

I studio di palma a Villa Pamphili


Applicazione del “grattato” su acquerello ben corposo e carico d’acqua.
L’effetto è incredibile, e adesso comprendo meglio sia la palma – che è sempre più vicina coi suoi datteri rossi, sia alcune delle tavole del Carnet dell’Egitto di Stefano.

Primo e Terzo studio della palma a Villa Pamhili col Maestro Stefano Faravelli. Mi dedico con passione allo studio di questa palma, memore della lezione preziosa della Salsapariglia, ansioso di respirare l’aria di Hilo, profumata dal Pacifico e colma di palme. Stefano è incredibile… mi prepara per le Hawaii.

II studio di palma a Villa Pamphili

II studio di palma a Villa Pamphili


11/05/2013
2° studio di palma a Villa Pamphili con Faravelli. Pomeriggio inoltrato, luce più bassa.

1) applicazione del “grattato” – acquerello scuro poi grattato – emergono fogliame chiaro
2) applicazione del “grattato” su acquerello prima con campitura scura, poi con mano veloce di acquerello chiaro e poi grattato.
3) guazzo bianco su campitura scura. Più chiaro e netto di 1), ma meno luminoso.

Ettore mentre dipinge la palma.
Lui è la palma.
Lui è semplicemente l’artista
che diviene arte.
小中有大 大中有小
Xiao Zhongyou Da, Da Zhongyou Xiao
Nel piccolo è contenuto il grande, nel grande è contenuto il piccolo.

Pellegrinaggi
La mattina di Sabato 11 entro all’orto botanico di Roma, e m’imbatto subito nell’arbusto di Takeda, raccogliendone un rametto e dipingendo abbastanza rapidamente: a me piace farle piano certe cose… vengono meglio e si gode di più. La furia mi ricorda sempre 2 detti livornesi, rispettivamente sentiti da 2 grandi donne Livornesi, mia nonna Omega e l’amica Lucia, e cioè.
Omega – lo sai ‘ome dice? Mastro furia sgomberò con le porte [tutte] sfondate.
Lucia – hai furia? O dove c’hai d’andà? A pigliallo ner culo?

Dunque, finito – abbastanza rapidamente – il lavoro sulla Takeda, scritti sull’altro taccuino i pensieri che poi la sera avrei trascritto nella MOleskine d’acquerello, inizio a vagare per l’orto botanico che è splendido e rigoglioso.
Adocchio il cartello che indirizza verso il canneto di Bambù, e mi perdo in quella giungla di canne e foglie, che mi par di esser tornato a Zhu Hai (il mare di bambù) al confine dello Sichuan.
Esco – ovviamente – dal sentiero principale, seguo un viottolino assurdo, e mi ritrovo davanti una grande canna di bambù, con inciso il nome di Sofia.
Ringrazio Dio, scatto una foto, e lascio una pagina bianca nel mio carnet, per dipingerla ancora.

Sofia incisa sul Bambù dell'orto botanico di Roma

Sofia incisa sul Bambù dell’orto botanico di Roma

Riflessioni
QUeste sono alcune delle pagine dipinte durante la caccia sottile di Villa Pamphili, sotto la guida preziosa dell’amico e maestro Stefano Faravelli.
Tanti, tantissimi i bei momenti personali (dunque strettamente riservati all’intimità del nostro animo)
Altrettanto lo scambio di idee e gli spunti su cui lavorare e riflettere: idee ed intuizioni confermate, altre meno confermate, e specialmente una metodologia di studio che – per me ovviamente parlando – è l’unica che davvero porta a risultati, fatta di tre semplicissime regole dedotte già dal Wushu e dalla Cina:
1) quando un maestro parla, agisce, si rapporta in uno spazio a me vicino, sempre meglio fare un po’ meno ed osservare un po’ di più,,, sempre meglio ascoltare un po’ di più e parlare meno.

2) per me – che mi sento si! Bravino! Ma di certo principiante! Proprio alle prime armi! L’assimilazione di questo o quello passa necessariamente dall’osservare e rifare. Solo dopo la masticazione mi è possibile ingoiare il cibo per poterlo assimilare.

3) nel vivere da soli certi momenti splendidi, illuminanti. C’è un vissuto diverso, forse più profondo del viverli con chi si vuol bene, intendo Claudia e pochi, pochissimi Amici. Ma c’è la condanna di non poter condividere. E che senso ha, la ricchezza, quando non è possibile condividerla?
Tuttavia… nell’assoluta solitudine, spesso, ritrovo me stesso.
Ed incontro sempre Sofia.

L’articolo Caccia sottile a Villa Pamphili col Maestro Faravelli sembra essere il primo su XIUART.

Study of red, blue and yellow blocks

No Comments

Study of red, blue and yellow blocks

Study of red, blue and yellow blocks

二零十三年 五月 八日 羞龙
08/05/2013

Study of red, blue and yellow blocks.
Indoor, artificial neon light and smooth natural light from the window covered by awnings. Morning.
A study focus about primary colors into light and their interaction with settings (white table, dark background) and among themselves.
Shadows well defined by artificial direct light.
Many reflections of red and yellow blocks into the blue block. Radiant light very interesting.

L’articolo Study of red, blue and yellow blocks sembra essere il primo su XIUART.

Study of white and green blocks

No Comments

Study of white and green blocks, indoor, natural light from the window.

Study of white and green blocks, indoor, natural light from the window.

二零十三年 五月 六日

Study of white and green blocks, indoor, natural light from the window.
Cloudy day, in the morning.
Blocks are both made of paper, they are set up on a large white paper over the table.
Between 8 and 9:30 a.m.
Cloudy weather and window panes make colors very boended.
And shadows nott well defined.
Shadow face of green block tends to blue but greener than its cast shadow.

羞龙

L’articolo Study of white and green blocks sembra essere il primo su XIUART.

Taccuini ed altri dipinti – circolo Pickwick, Lanciano

No Comments

Taccuini ed altri dipinti - Pickwick, Lanciano, Aprile 2013

Taccuini ed altri dipinti – Pickwick, Lanciano, Aprile 2013

L’interazione tra scrittura e immagine
è un caso tipico di uno più uno uguale tre;
aggiunge una dimensione ulteriore,
quella del pensiero

Intervista di Simonetta Capecchi a Stefano Faravelli

***

Sofia

Sofia

Someone who’s now long dead once wrote
the world is a book,
and those who don’t travel
read only one page.

What no one tells you
is that the book is no easy read.
There’s one thing I can say:
whatever it is that you are looking for :
beauty, salvation, enlightenment, danger,
or just to disappear
this will only be a fraction of what you find.
I’m just trying to read the whole book.

Taylor Steele 2006: “Sipping Jetstreams

***

Dedicato a…

Claudia, amore e compagna della mia vita, per sopportare le mie sveglie “avanti grilli”, espediente di ritaglio del tempo per poter proseguire negli studi e nella pittura malgrado l’ingranagio del lavoro stritoli e comprima ciò che è amato e per cui qualche dono ci è stato dato nel “tempo libero”

Rita, che mi ha dato la possibilità di esporre le mie cose al Pickwick, un’oasi nell’oasi di Lanciano; che il mondo si riempia di circoli come il pick!

Palmar , amico prezioso e compagno nei pellegrinaggi e nelle pitture itineranti, che mi ha portato a Lanciano e con cui ho condiviso momenti belli e meno belli (come il letto di Mestre… ) per l’Italia e per l’Europa.

Sofia. Sempre nel mio cuore e nei miei ricordi.

Il maestro Azad Nanakeli, perchè le sue lezioni di acquerello ai piedi del Duomo di Firenze mi hanno permesso di accedere ad un linguaggio pittorico che pensavo, ma che non avevo mai capito come esprimere.

Mio fratello Francesco, pozzo di sapienza infinita, capace di spiegarmi i concetti più difficili in modo che anche io, testone, riesca a capire.

Mia madre e mio padre, radici della vita, che è sacra.

L’amico, maestro, fratello Stefano Faravelli. Perchè lo considero il mio punto di riferimento nell’approccio alla pittura dei taccuini a prescindere da ogni altro influsso ricevuto e che riceverò. E che stimo (a torto o ragione che mi si dia) il maggior carnettista italiano ed europeo vivente e che ho la fortuna di aver incontrato, della cui arte mi considero immeritatamente discepolo, malgrado egli mai abbia parlato di se stesso come maestro.

***
TACCUINI ED ALTRI DIPINTI
in mostra al Pickwick, Lanciano, Aprile 2013

Taccuini
1) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Bambina si affaccia alla porta della bottega.
2) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Coppia di anziani Naxi, in abito tradizionale, passeggiano lungo Dong Da Jie subito dopo un acquazzone.
3) Parco di Hei Long Tang (la sorgente del drago nero), nord di Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Il tempio di San Qing
4) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Ritratto a Wing in piazza Si Fang
5) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Tetto e finestre delle case tradizionali Naxi
6) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Particolare delle decorazioni delle finestre e dei tetti delle case di Lijiang. Il pesce, oltre a simboleggiare la prosperità e la vitalità, identifica l’acqua quale linfa vitale di Lijiang e unico possibile antagonista del terribile avversario delle architetture lignee della città: il fuoco.
7) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Ingresso al palazzo dei Mu, antica residenza del clan elitario che governò il regno di Lijiang fino al XVIII secolo.
8) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Particolare dell’ingresso al palazzo dei Mu. La coppia di leoni sono i protettori dell’abitazione, e richiamano ad un’iconografia ricorrente in tutta la Cina e, sotto altre forme iconologiche, in tutto oriente.
9) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Interno del palazzo dei Mu. La roccia al centro del cortile come simbolo della montagna secondo la simbologia del tema del paesaggio inteso come Shan Shui = montagna acqua, ossia rappresentazione dei due poli conplementari, Yin Yang, del creato.
10) Parco di Hei Long Tang (la sorgente del drago nero), nord di Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2005. Il padiglione al centro del lago.
11) Regione di Lijiang, Yunnan, Cina. Estate 2009. I campi intorno a Lijiang, prima di giungere alla “Gola del Balzo della Tigre” lungo lo Yang Se.
12) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2009. Ritratto di giovane proprietaria di una bottega.
13) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate 2009. Una donna Naxi ed una Tibetana nei propri costumi tradizionali.
14) Yu Shui Zhai (villaggio dell’acqua di giada), Yu Long Xue Shan, regione di Lijiang, Yunnan, Cina. Estate 2005. L’ingresso al villaggio avveniva lungo un sentiero ed attraverso un arco ligneo custodito da due statue protettive. Si entrava a piedi. L’ingresso è attualmente stato demolito e sostituito da una via transitabile.
15) Lijiang – Yunnan, Cina. Estate del 2009. Claudia nel ristorante tibetano all’angolo di Dong Da Jie.
16) Interno di un condominio nel quartiere di Nan Li Shi Lu, Beijing (Pechino), estate 2005. Nel cortile del condominio dove avevo la mia casa-stanza in affitto per l’estate del 2005, nel tardo pomeriggio si frescheggia giocando a Scacchi Cinesi.
17) Beijing. Autunno 2010, disegno a matita ripreso dalla seconda di copertina della guida della National Geographic su Pechino, che raffigura alcune taozi (pesche), simbolo di Pechino, visione quotidiana nei mercatini allestiti lungo le vie dei quartieri di Pechino.
18) Tempio d Yuan Tong, Kunming – Yunnan, Cina. Luglio 2009. Una bambina e la nonna si riparano all’ombra di un cantuccio del tempio di Yuan Tong nel primissimo pomeriggio.

Shufa – l’arte dellacalligrafia tradizionale cinese
19) Shufa – calligrafia cinese. Carattere 术Shu – Arte. Il carattere 术 arte, rivisto e specchiato, sembra rappresentare, dal basso, 人ren – un uomo a braccia divaricate, nell’atto di emettere dalla bocca il carattere ‘ dian o zhu – goccia, unità di base è fondamentale della calligrafia cinese enormemente diffice da padroneggiare (difatti qui è errato).
20) Shufa – calligrafia cinese. Carattere 龍 Long – drago. Il carattere 龍 indica il drago quale animale mitologico, benevolo, portatore di pioggia e di prosperità, simbolo della corte imperiale e della regalità o elite politica quale garante delle medesime buone proprietà (meditiamo amaramente…) Il carattere qui dipinto in stile dell’erba è il medesimo inciso dal sigillo, nell’impressione in alto, il 1° carattere da sinistra, qui invece eseguito in stile 金文Jinwen (scrittura del bronzo) attestata insieme alla scrittura oracolare 甲骨文 Jiǎgǔwén dal II millennio a. C. Circa.
21) Shufa – calligrafia cinese. Febbraio 2005. 鸡 Ji – gallo, in occasione del capodanno cinese.
22) Barcellona, Estate 2010. La Cattedrale.
23) Barcellona, Estate 2010. La Cattedrale, particolari: le guglie, Santa Elena e la Santa Croce.

Freehand watercolors – acquerelli a “mano libera
24) Firenze, fine Autunno 2012. Impressioni di Firenze in Autunno con foschia.
25) Firenze, fine Gennaio 2013. Impressioni di Firenze a fine Gennaio, mattina, sole.
26) Campagna toscana, Autunno 2012. Impressioni della campagna toscana di primo mattino, Settembre 2012.
27) Campagna toscana, Autunno 2012. Impressioni della campagna toscana al tramonto, fine Settembre 2012.

Altri dipinti

28) Mal di Cina
29) 节奏 jié zòu – ritmo, varietà
30) 耶稣誕生 Yēsū Dànshēng, Natività
31) 早饭zaofan – colazione

***

Taccuini e carnet de voyage

La parola “carnet” in Fracese significa taccuino, e deriva dal Francese Medioevale quernet, che indicava un gruppo di 4 fogli rilegati assieme.
L’etimologia di taccuino è poi riconducibile all’arabo كتاب taquîm che indica una disposizione ordinata, così come in ebraico il termine indica sia la somma, il numero, sia l’azione di numerare, disporre.
Approfondendo ulteriormente l’etimologia di taccuino, in accordo e grazie a Stefano Faravelli e Francesco Zamblera1, la parola araba taquîm è legata ed esprime il concetto di creazione: è l’infinito di “qawwama”, creare, letteralmente “far alzare”. Il verbo semplice è qama yaqumu “alzarsi”. La radice è qwm , così come in ebraico, dove pure vuol dire alzarsi.
Questa lunga introduzione non come pedante esternazione di sapienza ed erudito accademismo, ma per esprimere e fondare su solide basi l’impulso estremamente personale, creativo, a volte colmo di gioia ed altre disarmante e stancante, che sono alla base dei carnet e/o i taccuini che dipingo.
Nascono così i miei taccuini di viaggio, creazioni del pellegrinare in luoghi in cui non posso far a meno di dipingere, perchè penso, e penso perchè sento, che dipingere sia l’espressione con cui indagare ed esprimere il vivente.
Le pagine dei taccuini dunque ” […] non vogliono essere l’estemporaneo esercizio di un’abilità tecnica ma la narrazione della mia esperienza spirituale in un paese 2 “.
I paesi in cui mi son trovato a pellegrinare, ho scoperto che possono avere confini geografici ed essere compressi nei miei Carnet de voyage, come i carnet sulla Cina, sul Portogallo o su Riomaggiore.
I confini, alcune volte, sono focalizzazioni tematiche, e dunque l’impulso pittorico è riversato in taccuini monografici e di studio, come “Il Rotolo dei 9 Draghi” Carnet di studio su Moleskine giapponese.
Le frontiere dei miei viaggi sono anche temporali, ed il pellegrinare di ogni anno di vita lo riverso in un taccuino personale che inizia e si conclude ogni anno ” […] testimone di una ricerca e supporto di un approccio senza mediazioni alla realtà […] 3″.

***

Shufa – l’arte della calligrafia tradizionale cinese
[ https://www.xiulong.it/Xiuart/?p=377 ]

La calligrafia in Cina è stata una delle prime espressioni artistiche sviluppatasi, e più di ogni altra raccoglie e sintetizza le concezioni filosofico-estetiche della cultura cinese, le cui valenze saranno poi applicate al campo della pittura. È un’arte i cui codici, sperimentati ed affinati per circa 2.000 anni, permettono di aprirsi alla creatività più spontanea, coltivando la sensibilità dello spazio, dell’equilibrio e dell’armonia compositiva.
Oggi quest’arte millenaria è ancora estremamente vitale, ed è un campo dove artisti occidentali – come Nicola Piccioli e Paola Billi – ed orientali, separati da grandi distanze ed esperienze culturali, possono esprimersi allo stesso modo analoghe esigenze esistenziali. La pratica e l’insegnamento della calligrafia permette di introdurre una nuova prospettiva interculturale, capace di far vivere in prima persona un’esperienza stimolante per un’apertura alla comprensione culturale, alla comunicazione, alla creatività artistica.
La logica di costruzione dei caratteri della scrittura cinese, a prescindere dallo stile abbracciato o di cui – come me – si tenta imitazioni, risponde comunque a regole estetiche e movimenti “strutturali” che coinvolgono il tempo e lo spazio, dando vita ad un mezzo di espressione universalmente praticabile.
Come accade per la musica, una vota appresi gli elementi di base si procede all’elaborazione di un linguaggio che diviene espressione della propria interiorità artistica.

***

Freehand watercolors – acquerelli a “mano libera
[ https://www.xiulong.it/Shangdian/ | https://www.xiulong.it/Xiuart/?p=939 ]

Questi acquerelli sono dipinti senza alcun previo disegno, ma direttamente con acquerello su carta Arches, seguendo l’insegnamento del Maestro Azad Nanakeli, in uno stile personalissimo e dedito alla descrizione delle impressioni dei paesaggi della Toscana.
Sono impressioni del paesaggio straordinario tanto naturale quanto urbano di Firenze, così come vedo quotidianamento viaggiando tra Livorno e Firenze ed osservando il.
La Palette dei colori usati appartiene ad una selezione di demi godet Winsor & Newton, Sennelier, Old Holland e Shmincke, tutti della serie artist watercolors; la carta è Arches a grana fine, 300 g/m², 100% cotone (album con copertina verde).
Per raccoglierli ho deciso di scrivere sul retro di ognuno la data di realizzazione, ed un numero consecutivo. Per ogni acquerello dipingo per 30 minuti – un’oretta di lavoro.

***

Mal di Cina
[ https://www.xiulong.it/Xiuart/?p=305; ]

Questo è il ritratto di una bambina tibetana dello Yunnan, e si basa sulla fotografia “Bambina di un villaggio nei pressi del monastero Songzanlin” di Gianni Limonta in “Yunnan – Cina” pubblicato nel 2000 dalla Leonardo Arte.
Lo schizzo preparatorio eseguito a tecnica mista , acquerello e matita colorata su carta da spolvero rosa, è stato selezionato per la copertina del libro “Benvenuti nel paese delle donne” di Francesca Rosati Freeman, edito dalla XL edizioni nel 2010.
Questo è anche il ritratto del sentimento personale di immensa nostalgia per la Cina, in particolar modo dei paesaggi umani incontrati nel mio pellegrinaggio lungo la porzione nord-occidentale della provincia dello Yunnan, ai piedi del Tibet. Il titolo è anche citazione dell’opera omonima di Ilario Fiore che ben descrive sintomi e sentimenti del mal di Cina.
La bambina di Songzanlin è l’incarnazione della bellezza vissuta laggiù, di volti di terracotta dalle gote arrossate dal sole, di espressioni fiere ed al contempo timorose con sguardi di perla, della festa di colori dei costumi tradizionali delle minoranze dello Yunnan, un’enorme ricchezza ed una sconfinata varietà etnica, culturale ed artistica di quella provincia ai confini dello Sichuan e del Tibet, una delle visioni più toccanti che quotidianamente rivive nei miei pensieri e nei miei ricordi di Cina.
Il monastero di Songzanlin è un complesso religioso la cui fondazione risale a circa 300 anni fa, e nella sua imponente struttura vivono dai 200 ai 300 monaci buddisti. La via per accedere al monastero è circondata da vecchi edifici fatti di terra essiccata e legno, con improvvisi lampi di calce bianca, uno sfondo unico e silenzioso in cui appaiono e veleggiano macchie porpora e rosa: i monaci al lavoro e le bambine del villaggio limitrofo dalle vesti fuxia, con copricapi sgargianti, decorati con motivi floreali, dai volti dolci e baciati dal sole, che desiderano vendere piccoli oggetti dell’artigianato locale ai visitatori. Il monastero si trova presso la città di Zongdian, conosciuta anche con il nome di Shangri-la, distante circa 200 km a Nord di Lijiang, crocevia etnico-culturale e capitale della religione Dongba e della tradizione manoscritta pittografica del popolo Naxi.
Lijiang, Zongdian ed i loro abitanti sono alcune gemme del variopinto e prezioso scrigno dello Yunnan, a sua volta parte dell’immenso tesoro della Cina. Questa provincia sud-occidentale abbraccia la più grande varietà di visioni e paesaggi di tutta la Cina, partendo dalla giungla del sud al confine con Laos e Myanmar (Birmania) e giungendo a nord fino alle imponenti montagne del Tibet, un altopiano di terra rossa solcato da fiumi imponenti come lo Yangtse, il Mekong ed il Salween.
Il volto, gli occhi, l’esplosione di colori degli abiti della bambina di Songzanlin sono il ritratto di questa abbagliante varietà e della ricchezza variopinta che ho incontrato nel mio pellegrinaggio nel 2005, al cui ritorno sono stato afflitto da inevitabile mal di Cina.

***

耶稣誕生 Yēsū Dànshēng, Natività
[ https://www.xiulong.it/Xiuart/?p=360 ]

Ho dipinto questa natività su carta ed a matita colorata, ed nasce da una bellissima fotografia trovata causalmente sul web che ritrae una mamma con la propria bambina.
Vedendo quella foto, ispirato sia dai dipinti su seta di Matteo Ricci, ho iniziato a pensare e sentire di una natività che fosse ambientata in Cina.
È nato così un primo schizzo a matita acquarellabile.
Lentamente ho poi costruito il lavoro più certosino a matita colorata.

***

节奏 jié zòu – ritmo, varietà
[ https://www.xiulong.it/Xiuart/?p=431 ]

In Cina tutto ha ritmo…
Queste parole descrivono il concetto di varietà, di alternarsi e compresenze di complementari naturali tanto nel paesaggio – che non per niente è detto Shan Shui, ossia montagna acqua – quanto in tutta la vita e l’esistenza.
Ho quindi eseguito questo acquerello con la volontà di descrivere la varietà ed il ritmo della vita.

***

早饭 zaofan – colazione
[ https://www.xiulong.it/Xiuart/?p=527 ]

, ma quella mattina dei primi di Ottobre del 2005, appena tornato dai mesi di Pechino, con la crisi di astinenza da Baozi appena cotti sui panieri impilati, con il profumo di pane dolce, caldo del vapore succulento.
Tutto questo mi fece deviare dalla mia destinazione: San Donnino, il lavoro che m’inchiodava sottopagato ed al nero in uno spazio improbabilmente reale, e Via Pistoiese ruotava spinegendo le altre macchine e la poca gente alla fermata del 35 fin dietro la mia schiena, mentre iniziava ad avvicinarsi Via della Saggina, il cui centro per me era il Beijing Kuai Canting – rosticceria veloce Pechino, un piccolo ristorante cinese per cinesi ai confini tra i due quartieri con gli occhi a mandorla di Firenze, Brozzi e Peretola.
Lisa, in ritardo perchè aveva dormito troppo come al solito, mi sorride perché poteva sembrare che ci fossimo dati un imbarazzante appuntamento sulla porta del piccolo locale dei suoi, mentre dentro è la solita piena caciara: volti del quartiere di Nanli Shilu e di Tiantan di Pechino, indaffarati ad incartare i Luotiao fritti, a divorare Baozi fumanti, a sorseggiare zuppe calde con generose aspirate di spaghetti misti all’aria, per rendere tutto meno rovente.
Sul tavolo del babbo di Lisa, una rivista: ExChange.
In copertina un ritratto ad olio, un uomo ed una donna a cavallo, sotto dei cani, un sigillo rosso a sinistra, con Manet in 5° pagina, Modigliani in 7°, e poi quadri ad olio cinesi: è d’arte. E di muovo Monet e Renoir accanto e sotto un acquerello cinese delicato e pastellato come i capelli, il sorriso e gli occhi della bimba bionda di Renoir, e solo il veleggiare di Lisa dietro il banco e fra i tavoli mi abbaglia lo sguardo, le pagine si abbassano e mi riappaiono già voltate davanti. Anche lei si eclissa però quando vengo investito da un quadro allucinante, una scena scura, polverosa e sporca di calcina, un paesaggio umano di una dozzina di volti d’operai.
Illuminati.
Da una luce calda, che mi fa sentire voci, vedere colori, respirare odori.
Tutto in un istante,
e sono nel mezzo della colazione di quel cantiere edile, proprio come quello di Pechino, di fronte alla fermata del 15 che alle 5 e mezzo spaccate di tutte le mattine si presentava in fondo alla curva nebbiosa per portarmi a Tiantan Gongyuan.
Un soffio.
I mesi in Cina.
Gli anni di vita passati da quell’Ottobre a questo Marzo appena iniziato.
Da quella mattina ad oggi ho iniziato a desiderare, immaginare, pensare e costruire.
Questo lavoro a matita, ed altri che hanno già preso forma o che non si sono ancora realizzati, sedimentati.
Ho tentato.
Quel qualcosa che era scaturito fin da quella mattina, ed ha iniziato a muovermi nel profondo, come dal profondo di quel di dipinto che scoprirò chiamarsi genialmente 工棚gōng péng – baracca da lavoro, scaturivano qui volti e quegli occhi, ritratti di ritratti.

L’autore avrà poi un nome: 徐唯辛 Xu Weixin, ma già da quella mattina, senza che di lui sapessi niente, e lui di me, iniziammo a dialogare e cominciammo il nostro exchange, proprio come si scambiavano sguardi i volti dei due quadri della pagina accanto, quello a toni di seppia del vecchio dipinto seduto sul minuscolo panchetto nella minuscola casa-stanza, e quello sfinito, allucinato e completamente ricoperto di carbone del minatore.
Uomini.
Come me, come l’artista Weixin, anche lui un giorno nato, ad 乌鲁木齐 Urumuqi. Anche lui laureato due volte, all’Accademia di Belle Arti di Xi’an ed all’Accademia dell’Arte dello Zhejiang.
Lui, adesso, docente presso la Scuola di Arte Xu Beihong dell’Università Renmin, uno dei pittori cinesi più grandi, sicuramente il più importante dei realisti: i sui quadri mi hanno toccato.
Mi sono rimasti nel cuore e nella mente.
In quelle scene, in quei paesaggi di uomini: osservo e provo lo stesso dramma, la stessa commozione, la stessa fierezza che vedevo, seduto sul marciapiede ad aspettare il 15, negli occhi lontanissimi di quegli uomini a 20 metri da me, sguardi du cui ho visto pullulare la Pechino e la Shanghai accanto a dove ho abitato.
Come degli occhi della bambina di Songzalin, vedo in quegli sguardi la stessa luce fiera e quel senso di smarrimento e paura che mi chiede: ma che cosa sarà del mio destino?
Queste sensazioni sono la mia dannazione ed il mio tesoro.
Riesco e sono costretto a rivederle e riviverle.
Ne voglio parlare, voglio dipingerle.
I volti di questa mia matita, allora, non tanto come ritratti dei più anonimi dei più operai, ma esseri umani pieni d’umanità, individui.
I fratelli della bambina di Songzalin, tutti figli di una natività, come figli di una natività sono quelli dipinti da Weixin nelle serie ” I ritratti del vuoto” ed in “Cronache di minatori cinesi”, in cui l’artista parla di tematiche umane.
Scelgo di gettare luce radiante su coloro che sono al buio, invisibili, indistinti e trascurati.
Mi con-centro tra coloro che sono i dispersi, anche dal “si-vive” della massa anonima e della collettività.
I ritratti di Weixin ai miei occhi sono monumenti: ai loro piedi non solo mi sento ispirato, ma sono letteralmente proiettato da spettatore a protagonista, gettato ad arrampicarmi con le mani per toccare il marmo e le venature, dei volti e delle mani, la Cina quotidiana che conosco, la metafora di un mondo.
Oso.
Sfido.
Concentro il mio sguardo e le mie matite su questi eventi, sul confronto e sulla riflessione di questi momenti storici della mia contemporaneità e del mio vivere.
Pretendo.
Di dipingere ciò che provo, di esprimere quello che m’imprime, di rappresentare cosa vedo e come lo vedo: miope.
Non posso vedere confini precisi e linee nette, e non cerco di copiare, ma tento di rendere omaggio ad un capolavoro ed a realtà già raggiunte.
Se in realtà io sono già, in matita io divento uno di loro, al risveglio dopo il sonno pesante di un miliardo di mattoni.
Sono affamato, sono assetato.
Mi nutro e bevo anche di Weixin.
Mastico per riuscire ad ingerire, rumino per metabolizzare e per rivivere.
Allora mi sento, allora mi scopro: vivere ed essere, non solo esistere.
Sulla carta scura, tra uomini che mi sono vicini, tra colori di stanchezza e di polvere.
Pretendo.
Di tentare.
Di divenire tassello di un mosaico, a cui malgrado io non appartenga dalla nascita mi ha accolto ed adottato fraternamente.
Ritraggo la vita che vivo e che conosco.
Qualcosa di diverso dal chiasso di certe rivoluzioni di facce colorate ed entusiastiche.
Stefano Zamblera – 羞龍Xiulong

Sono nato il 13 Settembre del 1976 e da quando sono bambino amo l’arte, dipingere, fare modellismo.
Mi sono laureato in Egittologia all’Università di Pisa e l’anno seguente iniziai a frequentare e studiare alcune materie della laurea specialistica in Informatica Umanistica, in cui l’informatica è studiata nei suoi applicativi dedicati alle scienze umane: questa esperienza universitaria confermò circa l’importanza ed il potenziale dell’utilizzo dell’informatica all’interno dei contesti artistici, linguistici, storici e letterari. Nel 2011, avendo concluso i corsi che più mi interessavano, ho iniziato a concentrarmi anche in ambito accademico sullo studio delle orientali, passando al CDL Magistrale di “Lingue e culture dell’Oriente Antico e Moderno” c/o l’Università di Firenze.
Dopo il viaggio in Cina del 2005, mi sono dedicato allo calligrafia cinese, assieme allo studio del mandarino, della sigillografia e della pittura cinese tradizionale, adottando inoltre l’acquerello e le matite come i medium principali dei miei Carnet, preferendo la pittura ad olio per lavori di maggiori dimensioni e differenti approcci.
A proposito del mio modo di dipingere, penso che ci siano stati due incontri che mi abbiano influenzato enormemente: prima di tutto lo studio dello stile che chiamo “neo-impressionista” della scuola americana di “Cape Cod School of Art”, fondato grazie al maestro Charles Hawthorne, la cui eredità è trasmessa da Lois Griffel e dagli altri discepoli. Il secondo incontro è stato con i pastelli ad olio Sennelier, che mi hanno consentito una libertà enorme nell’espressione pittorica.
Grazie ai frequenti viaggi in Cina ho potuto incontrare l’opera di artisti tradizionali, tra cui amo 陈容 Chen Rong (1235–1262), 石涛Shitao (1642-1707) e 八大山人 Bada Shanren (1626-1705), così come di artisti contemporanei, tra cui adoro 徐惟辛 Xu Weixin (1958 ) che ho fortunatamente potuto incontrare nel Suo studio all’Università di Renmin a Pechino nell’estate del 2011.
Dal 2007 ho iniziato a frequentare l’atelier di Marzia Pieri, dove ho potuto approfindire l’utilizzo della grafite e delle matite colorate. Nello stesso momento ho potuto iniziare a studiare l’acquerello seguendo il maestro Azad Nanakeli, che mi ha estasiato con il suo stile unico e il suo medoto di utilizzare i colori “molto macinati, come il buon caffè”.
Infine (ma non per ultimo) è l’incontro con Stefano Faravelli. Iniziato da principio attraverso i Suoi Carnet di viaggio, si è poi concretizzato con l’esperienza di pittura itinerante nell’Estate del 2010 a Riomaggiore: questa esperienza ha cambiato ed influenzato il modo di pensare i miei Carnet di viaggio ed i miei Carnet di studio. Questi ultimi sono una sorta di monografie in cui dipingo e scrivo su una tematica, come ad esempio il lavoro realizzato per il Rotolo dei 9 draghi, o quello consacrato alle Piste Carovaniere del Deserto Occidentale Egiziano.

Taccuini ed altri dipinti - Pickwick, Lanciano, Aprile 2013

Taccuini ed altri dipinti – Pickwick, Lanciano, Aprile 2013

Catalogo – IT

L’articolo Taccuini ed altri dipinti – circolo Pickwick, Lanciano sembra essere il primo su XIUART.

Ferrara – Diari di Viaggio – Parte II

No Comments

Ciesa di San Cristoforo alla Certosa.

Ferrara, Chiesa di San Cristoforo alla Certosa

Ferrara, Chiesa di San Cristoforo alla Certosa

Apparteneva ad un grande monastero certosino, voluto da Borso d’Este nel 1452.

Come tradizione per l’ordine certosino il luogo sul quale venne edificata la Certosa era lontana dal centro cittadino, ma pochi decenni dopo, con l’addizione Erculea, il complesso venne a trovarsi vicino al nuovo baricentro dal centro cittadino, venendo incluso nella cerchia muraria.
La chiesa attuale risale al 1948, quando ne venne iniziata la costeuzione accanto alla primitiva chiesa.

Thanks to Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Cristoforo_alla_Certosa

L’articolo Ferrara – Diari di Viaggio – Parte II sembra essere il primo su XIUART.

Ferrara – Diari di viaggio – parte I

No Comments

13/04/2013 h. 12:50 ~

二零十三年 四月 十三日

十二点 十五分 差不多

Ferrara, Certosa: lapide commemorativa alle vittime del nazifascismo

Ferrara, Certosa: lapide commemorativa alle vittime del nazifascismo

Nessun uomo é un’isola

Intero per se stesso.

Ogni uomo è un pezzo del continente,

una parte della terra.

Se una zolla viene portata dall’onda del mare,

l’Europa ne è diminuita,

come se un promontorio fosse stato al suo posto,

o una magione amica,

o la tua stessa casa.

Ogni morte di uomo mi diminuisce

perché io partecipo dell’umanità.

E così non mandare mai a chiedere

per chi suona la campana:

essa suona per te.

John Donne

L’articolo Ferrara – Diari di viaggio – parte I sembra essere il primo su XIUART.

China – Carnet de Voyage: Kindle ebooks available on Amazon

No Comments

After spending some weeks dedicated to digital reproduction of my Carnet de Voyage about China, I’ve made a Kindle edition thanks to Amazon Kindle direct Publishing service.

La Regione di Lijiang - Carnet de Voyage - Amazon Kindle

La Regione di Lijiang – Carnet de Voyage – Amazon Kindle

Actually there are 3 carnets available: 2 are the Japanese album made about Lijiang and Lijiang region, and one is a wider ebook about my journey in China in 2005, carnet painted on watercolor album by Moleskine.

Beijing - Carnet de Voyage - Amazon Kindle

Beijing – Carnet de Voyage – Amazon Kindle

About Beijing 2005, I’m also publishing another different ebook for it, a digital facsimile soon available as a pdf on Xiulong.it – Meishuguan.

To access to my e-carnet on Amazon (both .it and .com): click here or browse by Author or by title.

Xiuart on Amazon Kindle: carnets available

Xiuart on Amazon Kindle: carnets available

L’articolo China – Carnet de Voyage: Kindle ebooks available on Amazon sembra essere il primo su XIUART.

Carnet du Toujours – 2013

No Comments

Two pages and the front cover-page from the Carnet of Toujours of 2013 just began.

Carnet du Toujours - 2013

Carnet du Toujours – 2013

In the front one, I’ve just paste a piece of chinese paper with two seals of mine and the 2013 year written with ink.

Carnet du Toujours - 2013: 二零十三年,三月,三日, 三桥船 (3rd month, 3rd day, 3 ships)

Carnet du Toujours – 2013: 二零十三年,三月,三日, 三桥船 (3rd month, 3rd day, 3 ships)

Carnet du Toujours – 2013: 二零十三年,三月,三日, 三桥船 (3rd month, 3rd day, 3 ships)

Navi alla rada di fronte a Ardenza.

This is a view of my hometown Livorno taken in Sunday sunny late morning, with soft Mistral breeze: in chinese title I played with the recurring number 3.

L’articolo Carnet du Toujours – 2013 sembra essere il primo su XIUART.

I Fratelli Liang – cento asini e centomila parole, da Ilario Fiore “Mal di Cina”

No Comments

I fratelli Liang: cento asini e centomila parole

Aveva dipinto un bufalo al guado e una ragazza che dalla sponda guardava una fòlaga scappar via volando verso ovest. Aveva dipinto anche un asino che giaceva brucando con la testa voltata all’indietro. Il gruppo dirigente della Rivoluzione Culturale aveva incluso i due quadri della mostra degli ” Artisti Reazionari “. L’autore fu accusato di voler corrompere la gioventù cinese istigandola al “culto dell’Occidente”. L’anitra che volava verso il sola al tramonto e l’asino con la testa girata sull’erba erano sinonimo di antisocialismo, di nostalgia del passato capitalista, di cattiva volontà verso il regime dell’Oriente Rosso.
Presero non solo i quadri del bufalo e dell’asino ma tutti quelli che potettero rinvenire e glieli esposero, per poi distruggerli con i coltelli sul piazzale di Tian An Men sotto le gradinate del Palazzo del Popolo; privato di ogni cosa, Huang Zhou fu mandato per sette anni in una Comune agricola nei dintroni di Pechino. All’inizio doveva raccogliere i liquami dei pozzi neri nella città vecchia, riempirne all’alba una botticella e, pedalando sul triciclo, trasportare il carico a quasi trena chilometri dal centro. “Sei un’artista del popolo?” – gli domandarono enfaticamente. Il povero artista deriso e inerme li guardò senza capire e gli squadristi rossi risposero per conto suo: “Allore d’ora in poi servirai il popolo!”.
Dalla raccolta degli escrementi notturni, rendendosi conto dell’infamante e stupida crudeltà inflittagli, lo trasferirono poi ad un’altra attvità. Il generale dell’esercito – Huang Zhou come pittore era distaccati presso il locale museo delle forze armate – lo avevano assegnato alla fabbricazione del formaggio di soia e il pittore suo amico fu incaricato di andarlo a vendere. Gli dettero un asino e un carrettino e per anni Huang Zhou, ammalatosi per gli stenti, l’umiliazione e il distacco dalla moglie e dai due figli, girò per i quartieri di Pechino con suo Platero grigio ed il carico di merce preziosa. Uscivano all’alba con i pacchettini di formaggio di soia e tornavano verso sera, stanchi morti tutti e due. Di lui, del suo asino, l’artista cinese avrebbe potuto dire come Juan Ramon Jimenez diceva di Platero: ” E’ piccino, peloso, soave. Lo chiamo dolcemente e lui viene verso di me, trotterellando allegro che sembra che rida. Gli piacciono i mandaranci, l’uva moscatello e i fichi scuri con la loro cristallina goccia di miele. E’ tenero e giocherellone come un bambino, però forte e secco di dentro, come di pietra o di acciaio”.
L’asinello di Huang Zhou aveva imparato a conoscere i bisogni e le abitudini del padrone. Rincasando alla Comune, il pittore si addormentava sul carretto e la bestia faceva tutto da sola. Sapeva attraversare i semafori col verde fino all’incrocio col Ponte di Marco POlo, dove sull’angolo di sinistra c’era una specie di osteria. Conoscenfo il gusto padronale per il moutai, si fermava cominciando a ragliare per svegliare Huang Zhou e dirgli che era tempo per il quotidiano bicchierino di grappa cinese di sorgo. Quando i ragli non bastavano, Platero si metteva di traverso col carretto e rinculando lentamente andava a sbattere contro il muro e la piccola scossa serviva da sveglia per il padrone. Al bicchierino di moutai, naturalmente, corrispondeva una zolletta di zucchero o un cartoccio di cibo messo da parte proprio per lui. Un giorno, l’incubo finì e Huang Zhou tornò a casa. Mesi dopo recandosi alla Comune per ritirare alcune cose rimaste, incontrò l’asinello che, come lo vide, si fermò sul ciglio della strada incurante degli incitamenti e delle frustate del nuovo partner, per salutare amodo suo l’ex venditore di formaggio. Riconosciuto e festeggiato con una bordata di ragli. HUang Zhou si commosse, corse ad abbracciarlo, affettuosamente gli parlò come al testimone della sua lunga sofferenza.
Quel giorno nacque Huang Zhou come pittore di asini, il più famoso pittore di somari di tutta la storia dell’arte cinese.
Nella tradizione della pittura dalle dinastie Sung e Tang in avanti, ci sono stati pittori divenuti celebri per aver dipinto cento cavalli come Xu Beihong, cento buoi, cento anatre, cento farfalle o cento gamberi come Qi Baishi. Ma nessuno aveva mai dipinto i cento asini di Huang Zhou: l’originale dello scroll fu regalato da Deng Xiaoping all’imperatore Hirohito durante la visita in Giappone; una sua aquila fu portata da Hua Guofeng al maresciallo Tito e un branco di bufali fu dato dallo stesso Deng al presidente Carter in occasione del suo viaggio negli Stati Uniti.
Prima di quella che lui chiama “la disgrazia”, Huang Zhou, il cui vero nome è Liang Huang Zhou, era già uno dei migliori artisti della sua generazione, essendo nato il 12 Aprile 1925 in una cittadina della provincia di Hebei.
Dopo la “seconda Liberazione” – com’è definita la caduta della Banda dei Quattro – egli è l’artista prediletto di Pechino, per la sua bravura di artista e la sua cristallina onestà di uomo, ma anche per la riconoscenza dovuta a uno che ha sofferto come lui.
E’ tornato al suo posto al mueso dell’Esercito, l’hanno nominato vice presidente dell’Accademia e ha riavuto il suo studio. Eletto consigliere comunale per l’arte e l’ambiente, il suo ritratto di Zhou Enlai è quello ufficiale esposto nel museo della Rivoluzione. Nel suo modesto appartamento, al secondo piano di un blocco di residenze per dirigenti di partito e di governo, celebriamo la festa dell’incontro con l’effusione cinese e il giusto grado di calore latine che l’occasione merita. Huang Zhou mi abbraccia quando scopre che siamo nati entrambi in un Anno del Bue. Si allontana, va a prendere da uno scaffale l’ultimo libro della sua pittura e me lo dedica con un saggio da esperto calligrafo, definendomi suo ” Fratello in età”. Qual è il suo ultimo lavoro? Un’altra serie di cento asini: quella di prima era lunga quindici metri e alta quaranta centimetri, e gli asini in realtà erano soltanto novantasette. Con lui si parla sempre del suo animale preferito, che è anche il più popolare in tutta la Cina. Di lui e dei milioni di Platero che ne popolano le campagne è anche, credo, il massimo esperto del mondo. Possiede un’intera biblioteca di libri sull’asino, conosce i poemi che nei secoli sono stati scritti sulla bestia amica e fra i tanti mi cita l’apologo sul celebre ” Asino del Guizhou “. Dalla storia risulta che gli asini arrivarono in Cina molto tempo dopo i cavalli e i bufali. Il primo sarebbe appunto l’asino del Guizhou, la provincia del sud-ovest che si trova sull’itinerario seguito dalle carovane di mercanti in arrivo via India dai paesi arabi del Medio Oriente. Un giorno, secondo l’apologo, l’asino stava al pascolo in una radura presso il fiume. Dal bosco uscirono le tigri alla cui vista il ciuco preso dal terrore si mise a ragliare. Non conoscendo lo strano animale, le tigri fuggirono. Tornate il secondo giorno, quando le vide avvicinarsi, il somaro cominciò a scalciare preparandosi a un’inutile difesa. E anche questa volta le tigri scapparono nella foresta. Ma il terzo giorno, decise a chiarire la presenza dell’intruso, avanzarono con cautela e, dopo averlo circondato, se lo mangiarono in un sol boccone. “Io e te – disse Huang Zhou – siamo come l’asino del Guizhou, in effetti non poteva salvarsi. Come lui lavoriamo molto e mangiamo poco, ci accontentiamo di nulla e alla fine, dopo tanta fatica, non riusciremo nemmeno a sopravvivere!”.
La moglie che conosce un po’ d’inglese è l’interprete che gli spiega come in casa io tenga appesa da anni un suo quadro da me battezzato ” Madre col bambino”: la ciuchina, che allatta l’asinello e la testa bassa mezzo voltata all’indietro, se lo guarda con tenerezza e una luce negli occhi che soltanto le donne incinte prossime madri possono avere. Il paragone lo diverte perchè lui una vera madre col bambino l’ha dipinta secondo un modello manieristico d’influenza rinascimentale europea. Huang Zhou, infatti, è uno dei pochi pittori cinesi moderni nella cui opera si possono ritrovare elementi di una sintesi di valori comuni. La luce, l’uso dei colori, la tecnica del contrasto e il senso della prospettiva sono gli stessi che emergono dai suoi quadri, in maggioranza acquarelli, come da quelli degli artisti occidentali. Il gesto della madre e i calcolati rigonfiamenti del suo abito ricordano più il Tintoretto che il suo maestro Zhao Wangyun, o i classici Tang da lui studiati in gioventù.
Gli intelletuali cinesi colpiscono sempre gli europei per la finezza della loro educazione, che nasconde molto bene il loro complesso di superiorità passivo, distinguibile molto bene da quello attivo dei francesi. Quale pittore italiano, che non sia mai statop in Cina, saprebbe citare conversando tre nomi di grandi artisti cinesi del passato come Huang Zhou che parla di Leonardo, Michelangelo e Raffaello, non dimenticando, dei contemporanei, maestri come Chagall e il mio amico Joan Mirò? Ecco dove nasce l’incanto di questo grande pittore e signore del sentimento che è Huang Zhou.
I suoi asini, come i cavalli di De Chirico, hanno i quarti di nobiltà nell’armoniosa bellezza dei loro movimenti sempre uguali e sempre diversi. Con la differenza che sono tutti dipinti su rotolo di carta di seta, non a olio ma a inchiostro, con abile mescolanza delle tinte, più difficile essendo fissarle sulla seta che sulla tela. Un critico, Shen Zongqian, ha scritto in un saggio dedicato a Huang Zhou: ” Il potere trasformante del suo inchiostro è appena visibile, com euna leggera foschia, quando è applicato su uno strato molto sottile; è lucido e brillante come un paio di grandi occhi concentrati; stranamente elusivo e iridescente quando l’inchiostro è adoperato con un pennello asciutto, mentre gocciola di colore se usato con un pennello bagnato; limpido come uno stagno d’autunno, luminoso come una collina in primavera, splendido come un fiore di mattino, delicato come fili d’erba nella rugiada dl campo. E mantiene il suo lustro negli anni, anche quando il passare del tempo avrà consumato la sua seta”.
Huang Zhou, naturalmente, ha dipinto migliaia di asini. Dice con modestia: ” Ne ho ritratti almeno tremila, eppure ogni volta che ne vedo uno vivo capisco l’inutilità del mio lavoro”. La sua umiltà di artista è disarmante, come avvincente risulta la generosità di uomo. La leggenda dei suoi cento asini è nota in tutta la Cina e anche fuori, da Tokio a New York. I suoi l’luìi sono riconosciuti a prima vista dai visitatori dei musei e delle gallerie di stato, non c’è ancora un cinese entrato a casa mia che, puntando lo sguardo verso gli asinelli del quadro, non pronunzi con rispetto il suo nome. Huang Zhou, a proposito della sua ” Madre col bambino ” dalle fattezze rinascimentali, fa notare che sul fondo ci sono due piccoli asini e rami di albicocco in fiore, volendo con ciò sottolineare la tipica ricorrenza dei motivi tradizionali della pittura cinese.
I suoi tremila asini sono dipinti in corsa nella steppa del suo amato Xinjiang o stesi sull’erba rada dei pascoli della provincia di Hebei, soli o in grupppo nel villaggio vicino a Tientsin, in fila indiana davanti a un passaggio a livello chiuso della ferrovia per Shenyang. La testa abbassata per fendere meglio il vento; gli occhi semichiusi nella luce dell’altipiano del Pamir dove dipinse uno dei suoi capolavori, ” Tempesta di neve nel deserto”; lo sguardo teneramente protettivo della madre; le grandi orecchie lunghe del ciuco addormentato; l’ubriacante teoria dei cento quadrupedi da soma senza basto e il forte stato di grazie dell’asino solo davanti al muro della Comune: sono infinite le pose dei modelli preferiti di Hiang Zhou, il qiadle non riesce, e non tenta nemmeno più, di spiegare criticamente la sua scelta. Si capisce che l’amore per il Platero del carrettino di formaggio di soia non fu improvviso, aveva radici misteriose, era gonfio di sentimenti inesprimibili.
Ecco un pittore che non dipingerebbe mai l’asino di Buridano incapace di scegliere. Quelli di Huang Zhou non sono inerti nè abulici di fronte alla realtà della terra cinese. Non hanno l’espressione ingrata o ignorante o sottomessa; sono vivi, uno diverso dall’altro, nascono da poche pennellate maestre per poi assumere connotati inconfondibili nella delicata sfumatura dell’inchiostro, sempre amabilmente vitali come qualcosa di piacevole che si stampa nella memoria. ” Quando lo guardo dal vero – dice ancora – mi sento punto dal dubbio di non aver saputo esprimere tutto quello che c’è in un asino!”. Come tradurre la sua forza di resistere alle avversità del clima della Cina del nord, la sua capacità di accompagnare l’uomo dietro l’aratro, la sua umiltà di compiere qualsiasi lavoro senza impuntarsi, come gli orgogliosi cavalli, e spesso solo per una manciata di paglia.
Abbiamo passato una giornata intera in mezzo ai suoi asini. Dopo aver girato senza una meta precisa tutte le campagne delle Comuni attorno a Pechino siamo arrivati in un tardo pomeriggio di fine inverno sulla strada di montagna che porta alla diga sovrastante le tombe Ming. Cercavamo asini da ore e ore. All’improvviso, dopo una ripida curva, nel vallone di un falsopiano, ne abbiamo scoperti a centinaia. Nel freddo vento siberiano, spalla a spalla, con le teste puntate a terra alla ricerca di un filo d’erba, gli asini aspettavano il loro pittore e poeta. Huang Zhou è sceso di macchina in silenzio e per un tempo interminabile si è nascosto in mezzo a loro. Li ha fotografati, li ha sbozzati, sui fogli di carta del suo album da lavoro, li ha accarezzati, forse uno ad uno dal primo all’ultimo. In mezzo a loro il suo volto si trasfigura come esposto a una mutazione quasi genetica e certamente sentimentale. L’ho guardato a lungo da lontano: la sua testa grossa, il suo corpo tozzo, capigliatura nera, mano robusta come il corpo guarito dopo anni di tribolazioni, occhio scuro intenso e, alla cinese, di palpebre sottili; si muoveva lentamente, senza accorgersi di noi e del mondo.
Come nel disordine del suo studio quando lavora, c’era da osservarlo in silenzio. De Chirico ha riportato i cavalli allo splendore della leggenza mitologica; Huang Zhou, vittima della moderna figlia di Erostrato incendiario della ” biblioteca di Alessandira”, sii’latra parte civile del pianeta, ha salvato ormai gli asini della distruzione delle tigri. Ha inserito gli asini nella sua costellazione e in quella della moltitudine dei suoi fratelli.

Abita a Tientsin in una delle vecchie row-houses della ex-Concessione inglese, l’ultima di una fila di quelle casette in mattoni rossi a due piani, scala e largo passamano di legno scuro, due alberi nel minuscolo giardino fra il cancelletto e l’ingresso, che si vedono nelle cittadine delle Midlands, esportate nell’epoca coloniale in tutti i quartieri europei dell’impero. Sen Guoyin, sua moglie, donna sorridente con due rari occhi rotondi neri e ballerini, aspetta sulla porta per condurmi di sopra, nello studio dove la visita improvvisa interrompe il suo lavoro, il secondo capitolo del nuovo romanzo cui si dedica da pochi giorni. Nel vicoletto cieco, un gruppo di bambini spara i botti rimasti dalla Festa delle Lanterne, l’equivalente cinese del nostro carnevale. A cinquanta metri, dalla strada principale, il traffico di primo pomeriggio è scarso; nello hutong è silenzio fitto dopo che i ragazzini hanno esaurito i mortaretti; il cileo di Tientsin, per un’ora, è pulito dallo smog che prende alla gola i passanti, sereno di pastello intenso, nella doppia luce dell’orizzonte terso fino al mare di Xingang.
Liang Bin mi accoglie da amico senza conoscermi. E’ più basso di Huang Zhou, ma la testa grossa è la medesima con una differenza. In confronto alla folta capigliatura del fratello pittore famoso, questa è rasata, da monaco buddista, orecchie grandi segno di longevità, naso abbastanza sviluppato per un cinese, sguardo penetrante di chi sa muoversi con attenzione e osservare con diligenza. Gli porto i saluti di Huang Zhou da Pechino: vivono a cento chilometri di distanza ma si vedono di rado. E’ dal maggio scorso, quando Liang Bin ha fatto un viaggio apposta per andarlo a trovare e adessoa Pechino c’è il figlio maggiore ospite dello zio. Questa estate sarà il turno di Huang zhou di venire a Tientsin. Presidente della locale federazione degli scrittori ed artisti, più vecchio di lui di undici anni, è autore rinomato e pittore a tempo perso, dice, ” per non rubare il mestiere a mio fratello”.
I due fratelli Liang, ecco la più celebre coppia di famiglia cinese, come De Chirico e Savinio a Roma, o William e John Faulkner a Oxford, Mississippi, con mestieri alleati, uno pittore e uno scrittore, o viceversa. Savinio, nel suo ultimo mutismo di pietra, qualche volta pensò di esser pittore anche più bravo di De Chirico; John Faulkner, una sera che avevamo asciugato fino all’ultima goccia la bottiglia di gin nella taverna sulla piazzetta, dedicandomi un suo romanzo sconosciuto, ” Un dollaro di cotone”, dopo avermi venduto un quadro a prezzo d’affezione, scappò a dire che se avesse fatto solo lo scrittore avrebbe bagnato il naso del fratello. Liang Bin scrive libri e poi dipinge fiori astratti dando ai suoi scrolls titoli bellissimi, dove si vede che lo scrittore domina la tela con caratteri calligrafici ricchi d’ispirazione. Gli racconto la storia delle coppie di fratelli artisti che ascolta col sorriso buono a mezza bocca, cerca uno dei suoi romanzi che Huang Zhou gli aveva fatto le illustrazioni, come per dimostrarmi gentilmendte che i fratelli cinesi non si fanno concorrenza, ma non lo trova.
Aggiunge che durante la Rivoluzione Culturale – sempre quella – ne fecero un’edizione levando i disegni del fratello condannato dalle Guardie Rosse.
E’ uomo sereno e scrittore di talento, robusto e delicato, forse per merito della sua biografia drammatica come quella di tuttii cinesi della sua generazione. Nato nel 1914 in un villaggio di contadini poveri vicino a Baoding, la vecchia capitale dell aprovincia di Hebei, Liang Bin dimostra più anni di quelli che ha, contrariamente alla maggioranza dei cinesi. E questo si deve alla sua salute poco buona e alle traversie di un’esistenza avversa: guerrigliero antigiapponese, commissario politico dell’Undicesimo Distaccamento, prigioniero del Kuomintang, qui finito dopo la battaglia di Tientsin nel gennaio 1949 contro le truppe nazionaliste, come ce l’ha raccontata l’ex-generale Tu Tienshi. Sono trent’anni che non si muove da questa casa silenziosa ma, come il protagonista del suo romanzo preferito, ” Stirpe di insorti”, non è mai riuscito, dice, “a tagliare le radici dell’albero della nostalgia per la sua terra”.
Parliamo per ore saltando da un argomento all’altro, l’America di Faulkner e Steinbeck, la Russia di Solgenitzyn e Simonov, le rivolte contadine cinesi che sono il suo tema di fondo, e quando ne parla la moglie Guoyin intercala il suo racconto con piccoli scoppi di risate gentili.
Anche nel matrimonio i due fratelli Liang si assomigliano. Huang Zhou sposò Cheng Wen Huei studentessa a Langzhou, quando lui teneva lezione di storia dell’arte all’Istituto del Gansù. E come Liang Bin sposò la sua lo racconta, dicendo che aveva scoperto per caso questa giovane “novantesima discendente del dottor Sen” di confuciana memoria. Fu durante la guerra civile nella parte nord della provincia di Hupei, al confine con l’Henan, nella Cina centrale. E’ una regione di foreste fitte e di corsi d’acqua impetuosi che si buttano nello Yang-Tzè; sulla riva destra del fiume c’era un villaggio di venti famiglie che di cognome facevano tutte Sen, da quello storico dottor Sen, mandarino potente sotto una delle dinastie degli Stati Combattenti, che nella vicina città di Sianyang aveva svolto funzioni di Primo Ministro.
Sen è un cognome oggi rarissimo in Cina e Liang Bin è contento di una moglie così, che lui conobbe bambina da partigiano alla macchia. I suoi genitori erano poverissimi contadini e “il Commissario”, che spesso si rifugiava nella loro casa di mattoni di fango secco, li aiutò perchè facessero studiare la figlia: a guerra finita, tornato al villaggio e ne ripartì con Guoyin come moglie. Un matrimonio felice con quatto figli e un approdo tranquillo dopo tante avventure legate al sanguinoso cammino della rivoluzione.
La favola della novantesima discendente del dottor Sen appare nel romanzo citato, “Stirpe di insorti”, dove Guoyin è descritta nei panni di Chunlan, una bambina che divora i libri e Liang Bin è Yan Yuntao, ufficiale comunista al seguito della “Spedizione Nord”. Come molte delle sue opere, anche questa è in parte autobiografica, e racconta dei contadini cinesi degli anni Trenta in lotta contro i proprietari terrieri difesi dalle “Camicie Blu”, i nazionalisti di Chiang Kai-shek. L’ambiente è quello del villaggio povero dominato dalla famiglia del landlord di padre in figlio.
“Anno dopo anno di inondazione e carestia, li forzavano a vendere fino all’ultima stanza, fino all’ultimo mu di terra”, scrive Liang Bin all’inizio del romanzo. “Era arrivato l’autunno, ma non c’era il carbone nel villaggio, nemmeno pagli anelle stoppie. Il fiume in piena schiumeggiava nella campgna aperta e il vento soffiava da nord-est. Nessuna famiglia aveva vestiti per l’inverno. Seduto sulla piazza davanti al tempio, Zhou Laogong si sfregava le ginocchia per riscaldarsi e sbadigliava dalla fame. L’aria gelida che veniva dal fiume Hutuò, dopo la diga delle Mille Leghe, sbatteva a terra le foglie rosse e gialle dei pioppi e a mezz’altezza galleggiavano i fiori bianchi della saggina”.
Liang Bin ha una pagina vera ma ispirata, un linguaggio ricco di iperboli contadine, di tono dolce-forte, inciso nel sangue povero e nel ricco humus della sua terra. Un po’ il Pavese de “La luna e i falò” e un terzo dello Steinbeck di “Furore”, secondo me, ma Pavese è il suo parente più prossimo. Glielo dico e Liang Bin si apre con lo stesso sorriso a cielo aperto del fratello Huang Zhou, in pittura come in letteratura rovesciano la stessa fantasiosa energia di artisti popolari, di origine contadina. Gli asini, i cammelli, i bufali sono quasi travasati con segli di scrittua altrettanto potenti dei colpi di pennello a inchiostro colorato. E dalla medesima sorgente vengono le espressioni proverbiali dei personaggi di Liang Bin.
“Zhou Laogong e Feng Lanchi intendevano battersi fino a che il coltello non venisse fuori rosso”, dice per spiegare una lotta all’ultimo sangue. Il suo dialogo è secco e colorito insieme. Un “vedremo, vedremo” è espresso col detto interlocutorio “Il fango ai piedi si vede sucendo dal fiume”. Un bambino che fende la folla “cercava la strada nel mucchio come un’anguilla nella sabbia”. Il vecchio genitore ha un viso simile a “una foglia gialla d’autunno”. Dice al figlio di non vendere l’ultimo mu di frutteto (un mu è il terzo di un ettaro) perchè “la terra è la radice della vita per la gente povera come noi”. Nel villaggio di salici e piopppi piegati dal vento, Zhou era “un vero figlio del suolo dei suoi avi, se perdeva le staffe somigliava al tuono in primavera”. Le donne dei suoi romanzi sono magre e sconsolate, misurano la loro grigia esistenza sulla crescita degli alberi attorno alla capanna. “Il mio sangue è come l’olio di una lampada, tutto consumato dalla nostalgia”, esclama la vecchia che assiste alla rivolta contro l’imposizione di una nuova tassa sulla macellazione suina. “Non è uno scherzo essere donna – continua – la prossima volta che nascerò, domanderò al re dell’Inferno che cosa sarò, e se mi dirà donna sceglierò di rimanere un fantasma nel limbo…”.
Liang Bin scrive all’ultima pagina della sua saga storico-sociale: “Invecchiando negli anni, i contadini appassivano, la pura lotta per l’esistenza finiva per uccidere in loro ogni sentimento. Diventavano spogli come vecchi alberi privati della pioggia di primavera e della rugiada dell’autunno. Zhou alzò gli occhi al cielo. Sulla sparsa distesa celeste nuvole dense si ammucchiavano e subito cambiavano forma nel vento. Pensando alla grande causa si disse con un sorriso esultante: – Che meraviglia! Hanno lasciato tornare la tigre alla montagna. – E quelle sue parole anticipavano l’onnipotente uragano che presto avrebbe spazzato tutta la pianura fino al grande fiume”.
Le giornate di lavoro di Laing Bin sono ordinate ma non monotone. Si alza presto la mattina, “quando a He Ping Lu – dice – non hanno ancora aperto la bottega”. Scrive quattro ore fino all’ora di pranzo, su fogli di carta di riso con le righe, nello studio dove la seconda metà del tavolo enorme è coperta da piante e fiori e alberi nani. I tre lati della stanza sono scaffalati da terra al soffitto con tutti i libri a portata di mano. Nel pomeriggio invece della siesta esce per la passeggiata, va all’ufficio dell’Unione Scrittori a sbrigare le pratiche, a vedere gli amici e a leggere i giornali. Oggi l’ho trovato a casa perchè è domenica, e la sorpresa non poteva essere più gradevole: “Un italiano che vive a Pechino amico di mio fratello!”. Ha il faccione buono invaso dal sorriso. “I cinesi si sono aperti su mondo e voi italiani, da Marco Polo in avanti, siete sempre stati gli amici fedeli della Cina; anche adesso – aggiunge – siete fra i primi a soddisfare il nostro desiderio di conoscere quel che succede fuori di casa nostra”. Mi irngrazia di esserlo andato a trovare e del lavoro che facciamo per diffondere nei rispettivi paesi le immagini e il racconto degli sforzi dei popoli per progredire in pace.
Così basso e tarchiato, il grosso crano quasi lucido, le spalle forti e larghe da contadino, anche nella parlata assomiglia a Huang Zhou. Parla adagio e filtra concetti molto asciutti. Anche in ciò è un cinese diverso, perchè i cinesi parlano a periodi lunghi, come se non sapessero l’uso della punteggiatura; intervistandoli, non si sa ai quando interromperli. E hanno dei giri di parole, delle sfumature di linguaggio, a seconda dei toni di ogni carattere che li costringono a ripetersi, intercalando esclamazioni, legando una frase all’altra con interiezioni di risposta. Sembrano come interlineature di un discorso unico, dicono all’oimprovviso “te-te-te”, o “caì-caì-caì”, “alà-alà-alà” che vanno per tutto, affermazioni, negazioni, conclusioni. Per questo Liang Bin che non ha un discorso tutto d’un fiato piò sembrare un taciturno e quando parla, Sen Guoyin e il figlio minore stanno ad ascoltare “il Commissario” come se fosse la prima volta che sentono dire certe cose.

Anche i suoi gesti lenti sono carichi di significato. Adesso si alza, cerca in un mucchio di scrolls arritolati un suo quadro e si fa aiutare dalla moglie a stenderlo, mentre il figlio gli porta la ciotola dell’inchiostro di china e il pennarello, e ci scrive sul lato destro, dall’alto in basso, la dedica. Nello studio si fa silenzio, aspettiamo che l’inchiostro si asciughi e ci guardiamo in faccia con un sorriso reciproco lungo, come un fotogramma fisso. Alla fine, prima di riavvolgerlo, mi spiega il titolo del quadro: “Buove bianche che escono dalla montagna”. Sono dei fiori di loto capovolti che sendono da un fondo nero sfumato, come di pastello. Dice che piacciono ai suoi amici guapponesi e americani quando passano da Tientsin. Me lo consegna e dice: “Così sarai il solo straniero in Cine ad avere appesi alla stessa parete i quadri di noi due fratelli!”. Lo abbraccio, pensando a quella frase di Unamuno ne “Il senso tragico della vita” che dice: ” Un uomo di carne e sangue, che è nato, soffre e muore, un uomo che è visto e udito, il fratello il vero fratello”.